la dissolvenza
Caro Lyle,
spero che questa lettera ti faccia affiorare ricordi tanto cari quanto quelli che ho di te, per quanto pochi o vaghi possano essere. Ci siamo visti per l'ultima volta molti anni fa, dopo il tuo incidente, quando al mio arrivo ti trovai in un sonno profondo dal quale i medici dissero che avresti potuto non svegliarti mai. Quelle lunghe notti in ospedale misero fuori gioco, per qualche tempo, il senescente risentimento mio e di tuo padre, un risentimento reciproco la cui ripresa, purtroppo, fu tanto dolorosa quanto miracolosa fu la tua. Non ci eravamo parlati per decenni, prima di allora, e abbiamo ripreso i nostri sentieri separati dopo l'ultima notte passata insieme a farti compagnia. Lasciai il tuo capezzale sapendo che eri ancora una volta vivo e vegeto, e continuo ad essere stranamente orgoglioso, come se fossi stato il mio stesso figlio, e a provare un tepore nel cuore del tutto opposto ai sentimenti che nutro verso mio fratello e che lui nutre verso di me.
Dicono che il tempo curi ogni ferita, ma sono troppo vecchio per credere che una vita soltanto sia abbastanza lunga per guarire certe piaghe, specialmente quelle di tuo padre e le mie. Spero di non causare nessuna tensione fra voi due, con questa lettera, ma il resto della mia famiglia, della nostra famiglia, non c'èiùa Zia Sharon ed io ci siamo lasciati un po' di tempo fa, e non restate che tu e Robert come unici testimoni della mia vita. Oltre ad essere ben oltre il fiore degli anni, sono inabile al lavoro, per tutta una serie di ragioni delle quali sono sicuro che tuo padre ti avràarlato, sebbene ce ne sia un'altra della quale di certo non ti ha detto nulla.
Oggi è'anniversario del giorno in cui la mia piùnde paura èiventata realtàe scrivo questo con un peso nel cuore che niente, credo, potràai togliere. La dissolvenza èompleta. Un anno fa mi svegliai in un ospedale, alle cure del quale mi ero ingenuamente affidato, e passai le prime ore di veglia a fissare lo specchio del bagno, senza vedere niente se non il muro alle mie spalle.
La mia vista in declino aveva dapprima aggiunto la beffa al danno della partenza di tua Zia Sharon, allorchénel firmare le carte del suo avvocato, per la prima volta in vita mia, dovetti usare una lente d'ingrandimento. La chiarezza della mia vista, poi, avrebbe ulteriormente perso colpi la domenica successiva, mentre mi stavo vestendo per la messa, nel giorno in cui, per la prima volta, sarei andato senza di lei. Al suo posto, ad accompagnarmi per mano al cospetto del Signore furono le congetture bisbigliate a mezza voce tra i fedeli. Quella mattina, nello specchio del vestibolo, al mio vestito buono mancava qualcosa, i colori della camicia e della cravatta smorti, il mio completo nero sbiadito in un grigio scuro, i suoi contorni persi nell'innaturale penombra tutt'intorno.
In seguito mi diedero undici punti, quando andai a sbattere contro la porta scorrevole del mio giardino perchéon avevo visto il mio riflesso. Dopo aver cambiato tutte le lampadine di casa mia, mi feci controllare gli occhi. Il dottore mi diagnosticòa vista perfetta, venti ventesimi, al che cambiai un'altra volta le lampadine, comprandole da cento watt l'una e finendo con l'accecarmi temporaneamente ogni volta che le accendevo. Eppure, quando mi guardavo, non ero ancora in grado di distinguere i colori dalle ombre.
Era tutto in bella vista, tranne me. Sembrava che i miei capelli si diradassero ogni giorno di piùbbene non ne trovassi mai nel mio pettine o nello scarico del lavandino, e per quanto, se mi passavo le mani sulla testa, continuassi a sentire gli stessi capelli neri e folti che ho preso da tua nonna. Le mie unghie si fecero piùslucide, la mia ombra piùtante in confronto alle nere sagome proiettate da coloro che mi stavano intorno. Un pomeriggio caldo e senza nubi, dopo la messa, uscii a fare due passi coi fedeli nel caldo rovente, le ombre nette dei parrocchiani nere come la canna di un fucile sull'asfalto increspato, mentre la mia, indistinta, brillava di un rosa tenue, il sole del mezzogiorno che quasi ignorava la mia carne e le mie ossa. Brillanti filamenti colorati si attorcigliavano e scintillavano per terra ad ogni mio movimento, come se il mio corpo fosse stato poco più un pezzo di vetro colorato come quelli alle finestre della chiesa.
Ricordo che la mia mano sinistra cominciòformicolare, quel che non ricordo èi essere caduto. All'ospedale mi dissero che il mio cuore mi aveva abbandonato. Lo sapevo giàe la conseguenza era che stavo sparendo. La mia valutazione fu accolta dalle orecchie sorde e dagli occhi alzati al cielo dei medici e delle infermiere, poco più ragazzini e ragazzine con un titolo davanti al nome e qualche privilegio, gente che mi trattava con paternalismo, offrendomi parole figlie dell'illusoria permanenza della gioventù parole di quelli che credono di aver visto tutto ma che ancora devono perdere qualcosa.
'Bisognerà che torni per fare qualche altro esame,' mi dissero. 'Nel frattempo,' e qui parlarono come se avessero avuto per le mani un gattino appena nato, 'ha bisogno di parlare con qualcuno?'
SìO Con la mia ex-moglie, con mio fratello e con mio nipote.
No, grazie. Adesso preferirei andarmene, dissi.
Ho cinquantotto anni, il che significa che presto tu ne compirai diciannove, se la mia memoria non m'inganna, cosa che peraltro è molto probabile. Avevo dieci anni meno di te quando mio padre sparìmolto prima che tu nascessi. Adesso mi è chiaro come per tanto tempo non abbia capito niente di lui, in tutta questa mia vita passata ad arginare le scazzottate fra il mio risentimento e la mia rassegnazione. Tuo nonno non ha mai abbandonato me e tuo padre, Lyle. Tuo nonno è sparito.
Sei cresciuto nella stessa casa in cui siamo cresciuti noi, dato che Robert, in quanto primogenito, ha ereditato la proprietà, sebbene di certo lo saprai, visto che la casa, un giorno, saràua. Passai molte notti, da ragazzino, nascosto sotto le coperte, con la paura dei sibili e dei cigolii notturni di quella vecchia casa, certo com'ero che quei rumori fossero i passi di qualche orribile creatura che saliva con andatura vacillante dalla cantina. Con l'età mi convinsi che quei passi erano nella mia testa, e da allora, con l'età, sono giunto a rovesciare nuovamente quella mia convinzione. Ripensandoci, ora so che quei rumori nella notte erano gli ultimi passi di mio padre che vagava per i corridoi prima che la dissolvenza lo inghiottisse completamente.
Se da un lato è chiaro che ho ereditato questa malattia da lui, dall'altro posso solo sperare che muoia con me. Ora che seguo le sue orme contro la mia volontà, prego con tutto quel che resta visibile del mio cuore che Dio, per un momento, emerga dal Suo divino sonno d'onnipresente indifferenza per risparmiare a te e a mio fratello l'inesorabile stretta di questo vuoto.
Ritornai molto presto in ospedale, quando un furgoncino delle consegne mi mise sotto ad un incrocio. L'autista sosteneva che gli fossi saltato davanti all'improvviso, ma non feci niente del genere. C'era molto sole quel giorno, e dubito che quell'uomo potesse distinguere la mia sagoma appena accennata dalla strada, da dietro il sudiciume che aveva sul parabrezza.
'È depresso?' mi chiesero. Più di quanto sia mai stato prima, risposi. Mi trasferirono in un altro ospedale, quel tipo di ospedale che una volta si chiamava sanatorio, dove rimasi ben più a lungo del tempo necessario a curarmi l'anca e i gomiti. Che siano riusciti ad occuparsi in qualche modo di me è già un miracolo. Quel che non si riesce a vedere non si riesce a curare, e ormai ho raggiunto uno stato nel quale le menti migliori della terra non riuscirebbero a curare neppure il piùi ignificante dei miei mali. Temo per la mia vita anche solo con un'otite, e continuo a farmi male, avendo perso qualsiasi nozione intuitiva del mio spazio personale. Ogni giorno é un nuovo assalto da parte di qualche scalino di cemento, ringhiera metallica, spigolo di tavolo o stipite di porta contro la mia fronte, le mie dita, i miei polpacci, i miei piedi. Nelle mie condizioni, poi, anche i più atroci lividi neri e blu non sono né neri né blu. Avrei potuto morire dissanguato in quell'ospedale senza che nessuno se ne avvedesse, almeno fino a quando qualche povera anima non fosse scivolata sulla mia scia gocciolante, solo allora qualcun altro si sarebbe reso conto che la pozza incolore che aveva trascurato non era frutto di qualche perdita nel soffitto, bensì la vita che sgorgava via da un paziente che nessuno avrebbe saputo in alcun modo identificare.
Incontrai altri come me, quando ero ancora in cura. Più sbiadivo, più ne vedevo. I corridoi ed il salone comune brulicavano di pazienti che il giorno prima non avevo notato. Gli inservienti erano sempre incuranti sia del sovraffollamento sia delle mie preoccupazioni, se non per qualche battuta rivolta di tanto in tanto alla mia voce disincarnata, riguardo il modo in cui avrebbero sfruttato la mia condizione se ci si fossero trovati. Tuttavia, continuavano a chiudere a chiave i dormitori, la sera, e a scortarci fino al refettorio. Tutti mi invidiavano, ma nessuno si fidava di me. L'avvocato di Sharon si prese la mia casa, i finanziamenti all'ospedale si assottigliarono, la mia assicurazione scadde.
Il giorno in cui mi dimisero, vidi legioni di sbiaditi che non avevo mai visto prima, pescavano cibo nei bidoni dell'immondizia e dormivano davanti ai portoni. Avevano imparato a combattere la dissolvenza nello stesso modo in cui avrei imparato a farlo anch'io, con rumori e scenate che, per la loro durata, bloccano il cammino della luce. Urla, grida, tira in aria dei rifiuti, vai a defecare nel parco o chiedi qualche spicciolo, e la dissolvenza recede per un momento, anche se poi ritorna sempre.
Non dovrei averli visti, né loro né qualsiasi altra cosa. Ragionandoci, dovrei essere cieco, dato che la luce passa attraverso i miei occhi senza fermarsi. Tuttavia, la logica e la ragione mi piantarono in asso quel giorno in cui la mia faccia nello specchio iniziò a sbiadire e cominciai a vedere il motivo della tappezzeria attraverso il mio petto. Al contrario, non smetto mai di vedere, dato che le mie palpebre non hanno nessuna utilità, siano esse aperte o chiuse, e il mio elaborato labirinto di memoria, equilibrio, ragione e consapevolezza arranca, alle prese con l'incessante alluvione di nuove visioni che lo invade ogni secondo, nel sonno e nella veglia, e ognuno di quei secondi ha meno senso del precedente. Le mura marcescenti della mia testa si piegano e il pavimento del labirinto cede. Il 1972 crolla sul 1960, il 1949 collassa sul 1981, e il torrente delle visioni di ieri si ritira come una risacca attraverso il naufragio e ben presto tutta la mia vita è un cumulo gonfio e sconnesso, cinquantotto anni di sequenza riordinata in maniera del tutto casuale. Per quanto ne so, ho invertito i vostri nomi, o li ho confusi del tutto con quelli di qualcun altro, e il vostro indirizzo è perso fra gli innumerevoli altri numeri che mi capita di ritrovare in mezzo al disastro.
Durante il giorno mi appello con insistenza alla gentilezza degli estranei. Se potessi spiegare ad ognuno di loro quanto significano i loro rapidi 'sì' e 'no' lo farei, ma anche solo provarci li fa spaventare ed allontanare ancora più in fretta. Nei pochi secondi che una moneta impiega ad atterrarmi nel palmo e che io impiego a dire 'grazie,' le mie membra bloccano il cammino della luce e la mia ombra colpisce il marciapiede. Allora chiudo gli occhi, e assaporo un momento di oscurità fino a che il mondo non riemerge, come se la nebbia si dissipasse. Quando apro gli occhi, non cambia niente. Ogni tanto un piccione mi sbatte sul petto, come quando volano contro le finestre. Recupero qualcosa da mangiare, poi mi trovo un posto buio per far passare la luce del giorno. Il sonno è raro, e, quando viene, porta con sé i sogni del portone o della grondaia più vicini al mio volto.
Ci sono tratti di oscurità nei quali riesco a mettere un po' di ordine fra la confusione e i detriti, un numero ed una lettera per volta, come a scavare fra i resti di un incendio alla ricerca di ricordi incolumi. Tu e Robert siete fra quelle cose che ritrovo intatte in mezzo al naufragio della mia memoria, e tutte le energie che mi restano le uso per sforzarmi di mettere insieme, pezzo per pezzo, l'indirizzo al quale vivete, dove tuo padre ed io siamo cresciuti. Una volta che avrò assemblato i numeri ed i nomi nella mia testa, vi spedirò questa lettera prima di venire da voi, dato che non so cosa tuo padre ti abbia detto di me, o quanto poco.
Feci un torto a mio fratello decenni or sono, e la sola cosa che riesce ad eclissare il mio rimpianto per l'impulsiva perfidia della mia gioventù il mio affetto per lui, e la mia determinazione a vedere ancora il suo volto e fargli ascoltare queste parole di persona.
Come per molti figli adolescenti, forse ci vorranno ancora anni prima che tu possa vedere quanto di buono c'è in tuo padre, specialmente se somigli almeno un po' a noi quando avevamo la tua etàUn giorno peròc succederà, e fino ad allora, qualsiasi divergenza possa sorgere fra voi, non dire o non fare niente che tu non possa portarti dietro per tutta la vita.
Sappi che sei sempre nei miei pensieri, per quanto sgangherati i miei pensieri possano essere. Quando vai a dormire, ascolta i rumori nella notte. Quei pavimenti cigoleranno presto sotto i miei stessi passi, una volta che sarò tornato a casa, e se scruterai con attenzione nell'oscurità potresti anche riuscire a vedermi. Per il momento, che Dio possa tenervi nel rifugio delle Sue braccia fino a quando non potrò fare altrettanto.
Con tutto il mio affetto,
[lettera non firmata]*
*Trascritta da un bloc notes ritrovato tra i rifiuti in una missione religiosa di San Francisco.
-Craig Clevenger
Maggio 2005
Traduzione di Giuseppe Manuel Brescia